Padre Gabriele Giamberardini

 

Francescano (1917 - 1978)

 

Gabriele GiamberardiniP. Gabriele Giamberardini nacque a S. Croce di Lucoli il 14 gennaio del 1917 e vi rimase fino all’ età di 12 anni, quando si trasferì a Sulmona per iniziare il ginnasio. Concluse i suoi studi tra l’Abruzzo e Roma. Durante questo periodo, maturava in lui il desiderio di intraprendere la vita religiosa  e di entrare nell’ ordine francescano. Nel 1932, così, vestì l’abito religioso e prese il nome di Fra Gabriele. L’anno successivo emise i voti temporanei e nel 1939 quelli solenni. La sua ordinazione come sacerdote avvenne nel 1941 a Roma. Fu proprio nella capitale che, nel 1944, conseguì il dottorato in teologia con la tesi “De Verbo Incarnato secundum Hilarium Pictaviensem”. Dopo aver ricoperto varie cariche, tra cui quella di docente in teologia in Abruzzo, nel 1950 fu mandato in Egitto dove rimase fino al 1969. Qui si dedicò allo studio e all’insegnamento,  analizzando la storia della missione francescana nell’Egitto settentrionale ed osservando, anche sulla base documentazioni antiche, la chiesa egiziana moderna. I suoi interessi di studio si concentrarono, tra le altre cose, sulla cristologia, sulla mariologia, sulla devozione a S. Giuseppe, sull’ecumenismo, l’ecclesiologia, e l’escatologia. Approfondì con particolare interesse la teologia orientale, in particolare quella copta, analizzandone le profonde analogie con alcune tesi scotiste.

Nel 1969 tornò a Roma dove fu, nel corso degli anni, anche professore e Decano della facoltà teologica nel Pontificio Ateneo Antonianum. Continuò i suoi studi, fece parte di diversi istituti culturali e collaborò ad alcune pubblicazioni sia scientifiche che divulgative. Morì a Roma il 14 marzo 1978, mentre scriveva sul suo tavolo da lavoro. Gli ultimi segni tracciati sul foglio furono una croce ansata, segno della vita e la parola wnb (onkh) = vita. Di questo simbolo egli diceva: “per i cristiani è nel contempo segno di morte e di vita, ma col senso nuovo ed unico: morte di redenzione e vita di elevazione alla grazia e di resurrezione alla gloria. In questo senso deve essere interpretata l’ invocazione che ricorre nell’epigrafia copta: o croce vivificatrice dona riposo a…”.